Omicidio Giulio Regeni, pretendiamo verità e giustizia

Quando si parla di amicizia tra Stati lo si può fare seriamente solo alla condizione che essa sia reciproca. Quando sono quattro anni e mezzo che un tuo presunto ‘amico’ non ti dice chi abbia sequestrato, torturato e infine ucciso un tuo connazionale, sul proprio territorio – ed il perché questo sia avvenuto impunemente – i concetti di amicizia e lealtà diventano aleatori, se non addirittura fumosi, quanto il risultato di una partita a carte con il baro seduto al tuo stesso tavolo che mischia le carte e fa finta di darti pacche sulle spalle. Parliamo dei rapporti tra Italia ed Egitto; forse faremmo meglio a dire che stiamo parlando della storia di Giulio Regeni, il cui corpo, ormai irriconoscibile per tutto ciò che aveva subito nei giorni della prigionia, è stato ritrovato il 5 febbraio 2016 ai bordi dell’autostrada nei pressi de Il Cairo. Parliamo quindi del giovane ricercatore triestino dell’Università di Cambridge sequestrato, torturato ed infine ucciso in Egitto. La vicenda non è neanche lontanamente vicina alla verità e, se abbiamo ottenuto dei risultati, è stato grazie al lavoro degli inquirenti italiani e in particolare della Procura di Roma. Quando parliamo di risultati, per ora, intendiamo l’iscrizione nel 2018 nel registro degli indagati di cinque agenti egiziani – appartenenti a servizi segreti civili e polizia investigativa – ai quali è stato contestato due anni fa il concorso in sequestro di persona. Tuttavia potremmo parlare di verità solo quando sapremo, con un processo e una sentenza, non solo chi lo ha effettivamente sequestrato – e il motivo per cui lo abbia fatto – ma anche quando sapremo, con altrettanta assoluta certezza, chi ha torturato e ucciso Giulio Regeni e quale sia stato il maledetto movente di tutta questa vicenda. Perché nessun movente può essere giustificabile, men che meno per il fatto che un ricercatore italiano stesse lavorando sui movimenti sindacali in opposizione al governo di Abdel Fattah al-Sisi. Come se, in assoluto, fosse lesa maestà ‘ficcare il naso’ nel sistema dei diritti civili di un Paese che, tra l’altro, ha visto nel 2019 un incremento del 25% nelle richieste di protezione internazionale da parte dei propri cittadini. A tal proposito non possiamo dimenticare neanche le più recenti vergognose vicende di Sarah Hijazi e Patrick Zaki. Sarah era una giovane attivista egiziana per i diritti Lgbt, arrestata dopo aver sventolato una bandiera arcobaleno a un concerto, suicidatasi in esilio in Canada in seguito alle torture subite durante una lunga detenzione in Egitto. Patrick è invece lo studente egiziano presso l’Università di Bologna – ormai nel cuore degli italiani – detenuto in Egitto dal febbraio scorso dopo essere stato arrestato all’aeroporto de Il Cairo con l’accusa di ‘propaganda sovversiva’ per dei post su Facebook, accusa che venne immediatamente contestata dalla difesa del ragazzo. Sia per la verità sul caso di Giulio Regeni che per il sostegno a Patrick Zaki si è mossa anche Amnesty International. Dalla Farnesina, Luigi Di Maio ha scritto in questi giorni al suo omologo egiziano per chiedere collaborazione nelle indagini sul caso Regeni: in particolar modo per chiedere esplicitamente il domicilio legale dei cinque indagati dalla Procura di Roma, una richiesta già contenuta nella rogatoria del maggio 2019. “Non si può ignorare il livello drammatico di violazione dei diritti umani da parte del regime egiziano. Anche, e non solo, per questo suscita sconcerto, dopo l’iniziale sollecitudine ad adottare la massima cautela nell’esportare verso l’Egitto armi leggere utilizzabili per reprimere il dissenso interno, che l’Italia abbia già ripreso a farlo. In buona compagnia in Europa. Per la Commissione che presiedo non si tratta solo di adempiere al dovere istituzionale di garantire il diritto alla giustizia della famiglia Regeni, ma più in generale di difendere la dignità e la credibilità internazionale del nostro Paese”, ha ribadito in un post su Facebook Erasmo Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, all’indomani della seduta del 18 giugno 2020 che ha visto la presenza anche del Premier Giuseppe Conte. Una seduta che si è tenuta dopo le recenti contestazioni mosse al Governo da più parti per la vendita di navi militari all’Egitto, operazione economica tra i due Stati che riguarda una commessa ben più ampia da oltre 9 miliardi: sulla vicenda avevano espresso il proprio legittimo disappunto anche i genitori del ragazzo. Conte in audizione ha tentato di rassicurare la Commissione e gli italiani sostenendo che “i rapporti bilaterali tra Italia ed Egitto non dipendono da una sottovalutazione del crimine contro Regeni” così come “il rispetto dei diritti umani non sarà subordinato a una supposta ragion di Stato”, ha dichiarato il Premier che ha avuto contatti anche molto recenti con al-Sisi. Attendiamo che i mesi prossimi possano produrre risultati più concreti. L’Egitto ha nei giorni scorsi inviato alle autorità italiane documenti e presunti oggetti personali di Giulio Regeni. Dopo quattro anni e mezzo dall’omicidio del ragazzo.

di Simone Sperduto

(fonte immagine sito amnesty international per la campagna in favore della verità su giulio regeni)

Author: Simone Sperduto

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