“Arandora Star”: dopo 80 anni restano ancora domande senza risposta

Il 2 luglio 2020 sono trascorsi  esattamente 80 anni da un evento che tuttora rimane come una pagina oscura; non perché, diversamente da altre tragedie, non si sappia cosa sia realmente accaduto: qui, a non essere ben chiaro, è il perché ciò sia accaduto. Parliamo dell’affondamento della nave da crociera Arandora Star, avvenuto a largo delle coste irlandesi. La nave fu colpita da un siluro lanciato dal sommergibile tedesco U-Boot U-47. Morirono 865 persone, di cui 446 italiani. La nave, durante la Seconda guerra mondiale, fu convertita in mezzo di trasporto per prigionieri che il Regno Unito voleva allontanare quanto più possibile, anche per evitare episodi di spionaggio in casa propria da parte di cittadini di Paesi nemici. La Arandora Star era diretta in Canada. Perché gli italiani erano considerati nemici? Il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania: tanto bastò agli inglesi per considerare come potenziali nemici o addirittura come spie molti degli italiani residenti in Gran Bretagna e provvedere quindi ad allontanarli dal Paese? In tali deportazioni inglesi la confusione fu tale da coinvolgere persino dei militanti antifascisti o persone che con la politica del regime italiano non avevano mai avuto nulla a che vedere. L’habeas corpus previsto dal diritto britannico sull’inviolabilità della persona poteva essere sospeso, tramite applicazione della Defence Regulation del 1939, per quelle persone sospettate di costituire un pericolo per la sicurezza nazionale. Resta il problema che parliamo di cittadini – italiani in tal caso – classificati in modo presumibilmente caotico e senza troppe distinzioni, tanto che gli stessi britannici si trovarono nell’imbarazzo di provare a vederci chiaro. “Loss of Arandora Star” è infatti il nome dato ad un’inchiesta parlamentare britannica rivolta in primis al Minister of Shipping – consultabile su parliament.uk – aperta a pochi giorni dall’accaduto per far chiarezza sulla presenza di antifascisti, antinazisti o rifugiati sulla nave – quindi erroneamente considerati nemici – e su questioni propriamente pratiche come il numero di salvagenti a bordo e altre misure di emergenza come l’idonea dotazione di scialuppe che, in caso di problemi diversi da un affondamento con un siluro, avrebbero magari permesso di avere salve quante più vite umane possibile. Il Governo britannico tuttavia non si sarebbe mai assunto ufficialmente, finora, una responsabilità di quanto accaduto e non avrebbe, quindi, conferito particolari riconoscimenti né alle vittime né ai familiari.

L’evento è stato ricordato con un incontro promosso dal Comites di Londra, dall’Arandora Star London Memorial Trust, dal deputato Massimo Ungaro (IV) eletto nella Circoscrizione Estero, con la partecipazione del Consolato Generale d’Italia a Londra. “Ci sono state circostanze molto controverse in questa vicenda sulle quali non entro nel merito. La tragedia dell’Arandora Star si pone all’interno di un’altra tragedia: quella della guerra e della follia nella quale fu trascinata l’Europa”, ha sottolineato il Console Marco Villani vedendo comunque in queste commemorazioni uno strumento di forte identità nazionale, soprattutto all’estero dove queste ricorrenze sono più sentite. “Non è da tutti i Paesi ricordare anche chi non è morto in battaglia, magari dopo una vittoria”, ha precisato il Console evidenziando come quei 446 connazionali non siano caduti mentre affrontavano un nemico visibile. “Tutti ci sentiamo vicini a chi ha perso un parente in quella tragedia ed è come se su quella nave ci fossimo anche noi, come se quelle persone fossero ancora vive attraverso il nostro ricordo”, ha concluso Villani. L’Arandora Star London Memorial Trust è la fondazione dedicata alla memoria storica di quell’evento e degli italiani che si trovavano sulla nave. Il Trust ha raccolto fondi per la targa commemorativa posta nella chiesa italiana di Clerkenwell Road di Londra ed è stato pubblicato un libro sulla storia di questa nave. Ogni anno viene celebrata una messa cui partecipano membri del Parlamento britannico e naturalmente le autorità italiane. “In progetto c’è l’idea di una conferenza nazionale. Il Trust ha un archivio di dati comprensivo del report (quello già menzionato dell’inchiesta parlamentare, ndr) ma manca la chiarezza sul come questi connazionali siano stati selezionati e su quali fossero le condizioni di vita sulla nave. Quale fu il trattamento a loro riservato?”, ci si chiede dalla fondazione ad 80 anni di distanza. “La maggiorparte di quella gente non aveva contatti con la politica italiana: erano persone che lavoravano per lo più nella ristorazione”, ha incalzato Dominic Pini quale portavoce dell’Arandora Star London Memorial Trust.

Pietro Molle, Presidente del Comites di Londra, racconta lo scenario raccapricciante che apparve agli occhi di chi, nei giorni seguenti al disastro, si trovò nei pressi  delle coste irlandesi. Le onde, oltre ai rifiuti che ogni nave porta con sé, trascinarono a riva i corpi – o quel che ne rimaneva – delle vittime dell’affondamento della nave. “Erano così numerosi quei corpi sbattuti contro la scogliera che la gente del luogo cominciò a temere per la propria salute. Quelli non identificabili furono sepolti nei luoghi dei cimiteri riservati a coloro che non avevano abbastanza soldi per acquistarsi un pezzo di terreno”. Singolare, quanto drammatica, fu l’identificazione di una delle vittime, Cesare Camozzi, tramite una lettera rinvenuta nella tasca da parte di un poliziotto: l’ufficiale contattò il recapito riportato nella lettera e rispose la moglie della vittima. Nelle prime ore del 2 luglio 1940 l’Arandora Star lasciò il porto di Liverpool diretta in Canada con un totale di 1673 persone tra personale dell’equipaggio e ufficiali britannici, internati civili e prigionieri di guerra tedeschi; ben 734 erano gli internati civili italiani. Prima di essere requisita dal Governo britannico, la nave da crociera generalmente era adibita al trasporto di meno di 400 persone. “Fu verniciata di grigio, come le navi da guerra, e dotata di due cannoni sul ponte. Per questo viaggio le dodici scialuppe di emergenza furono legate tra loro col ferro spinato. Lo stesso capitano, sapendo che la sua nave era divenuta una trappola mortale, protestò coi suoi superiori consapevole del pericolo per la sicurezza di tutte le persone a bordo. Poche ore dopo la nave fu colpita dal siluro tedesco e affondò nel giro di mezzora. Per il Governo britannico l’affondamento della nave fu motivo di propaganda per un’altra vittoria: in tutto il Regno Unito vennero fatti circolare film in cui si diceva che italiani e tedeschi per la paura di affogare lottavano tra di loro rendendo difficile il lavoro del personale di bordo per salvarli. In più fu messa in evidenzia la codardia degli internati al cospetto del coraggio del capitano e dell’equipaggio”, ha spiegato Molle ricordando come per il sommergibile tedesco invece l’impresa significò medaglie e onori al rientro in Germania.

Massimo Ungaro ha ricordato come questa sia la prima commemorazione senza sopravvissuti: l’ultimo se n’è andato infatti proprio lo scorso anno. “E’ una tragedia che ha tante domande senza risposte; gli italiani di Londra non dimenticano e, anche se dobbiamo commemorare l’evento a distanza per via del Covid, questa ne è appunto la dimostrazione. L’evento ha scosso una comunità intera: tra le vittime ci sono uomini e donne, fascisti e antifascisti. Mi piace ricordare la figura del sarto socialista, Decio Anzani, figura leader dell’antifascismo londinese che si trovava su questa nave”, ha commentato Ungaro menzionando anche la nota del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per ricordare questo evento definito dal Capo dello Stato come “un episodio atroce, non sempre adeguatamente ricordato nella tragedia immane della guerra”. Ungaro ha aggiunto che “la sola colpa di quelle vittime era di essere italiani e c’è ancora la necessità di fare chiarezza su alcuni aspetti”, ha spiegato il deputato di Italia Viva che ha depositato un’interrogazione parlamentare rivolta al Governo italiano affinché chieda alla controparte britannica cooperazione e chiarezza su questo evento che resta ancora aperto dopo 80 anni. “Perché sulla nave non c’era una segnalazione tale da identificarla chiaramente come mezzo di trasporto civile tanto da consentire al sommergibile tedesco di considerarla come un legittimo bersaglio bellico? Inoltre, non è il caso che la Repubblica italiana dedichi una commemorazione ufficiale per le vittime?”, ha sottolineato Ungaro ringraziando anche il collega deputato Claudio Mancini.

Manfredi Nulli, membro del Cgie, considera questa tragedia inglese di una tale gravità da essere posta alla stregua di “una Marcinelle per gli italiani in Belgio”. Il senso delle parole di Nulli è nella considerazione delle relazioni umane che vanno al di là dei numeri. “Penso a queste centinaia di persone che avevano legami: in quella nave c’era un familiare o c’era un amico, insomma tanti cari che vennero meno”, ha spiegato l’esponente del Cgie menzionando la figura di Eduardo Paolozzi, artista britannico di origini italiane che non era sulla nave ma si ritiene che abbia avuto dei familiari a bordo di quella trappola galleggiante affondata dal siluro tedesco. “I ventenni di oggi non diano per scontato una pace così duratura in Europa”, ha ammonito Nulli. Simone Ionta, Vicesindaco di Picinisco, ha ricordato come quest’area del frusinate abbia avuto diverse vittime in questa tragedia ed il prossimo anno a luglio si terrà un convegno proprio a Picinisco per ricordare questa tragedia. “Si tratta di una tragedia collegata in primis alla guerra ma anche al fenomeno migratorio che ha interessato l’Italia dall’unità nazionale in poi. In Ciociaria l’emigrazione è stata consistente, verso la Gran Bretagna, e le ragioni erano naturalmente legate alla povertà”, ha spiegato Ionta. Caterina Soffici, scrittrice, ha pubblicato tre anni fa un romanzo sulla vicenda dell’Arandora Star dal titolo “Nessuno può fermarmi” edito da Feltrinelli. “Il romanzo è andato al di là delle aspettative ed ora cè anche una versione tascabile. Non sapevo assolutamente niente di questa storia, come del resto molti italiani: l’ho scoperta per caso, facendo delle ricerche e parlando con i familiari dei superstiti e delle vittime. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che la storia andava raccontata. E’ una storia pazzesca che dice molto anche di quella che fu l’emigrazione italiana in quell’epoca; ma racconta in un certo senso anche il presente – ha spiegato l’autrice – perché ripercorre un po’ il sentimento del ‘dopo-Brexit’ con cui molti emigrati si sono ritrovati da un giorno all’altro dalla parte del ‘nemico’. 446 morti sono tanti ma generalmente un numero e una massa fanno meno impressione di una storia singola: per questo ho voluto cominciare da una storia e narrare la vita vera di quelle persone”, ha sottolineato Soffici. Simone Rossi, esponente dell’Anpi di Londra, ha apprezzato l’iniziativa volta a divulgare la storia di questa vicenda. “Siamo sempre felici di sostenere iniziative dal valore divulgativo come questa, per assicurare che la memoria non vada persa e rimanga la consapevolezza delle cause che portarono a quella tragedia. I connazionali periti nella vicenda dell’Arandora Star si erano inseriti nella società britannica. Quegli italiani furono vittime delle politiche nazionaliste e imperialiste della nostra madrepatria e della sciagurata scelta del regime fascista di entrare in guerra e di farlo a fianco della Germania nazista. Vennero trasformati da un giorno all’altro in alieni ed in potenziali nemici in un Paese nel quale avevano vissuto a lungo. Non ripetiamo gli errori del passato e non cediamo ai nazionalismi escludenti”, ha spiegato Rossi.

di Simone Sperduto

immagine di repertorio: foto “Arandora Star”, fonte Wikipedia

Author: Simone Sperduto

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