Cinque anni fa, il giovane ricercatore friulano Giulio Regeni viene sequestrato in Egitto e di lui si perdono le tracce per un’intera settimana: viene ritrovato ormai privo di vita il 3 febbraio 2016, con il corpo martoriato dalle torture subite, ai bordi di una strada che collega Il Cairo ad Alessandria. Da allora sono trascorsi cinque lunghi anni: anni di battaglie per ottenere verità e giustizia, in primis da parte dei genitori che hanno tra l’altro raccolto nel libro “Giulio fa cose” (Feltrinelli, 2020) i risvolti umani, giudiziari e politici di una vicenda che ha portato a imprimere “tutto il male del mondo sul corpo di Giulio; ma tutto il male del mondo è anche quello che è attorno a Giulio: omertà, paura, intrighi e depistaggi”, così hanno scritto nel libro Paola Deffendi e Claudio Regeni che non hanno però mai perso il coraggio di andare avanti, chiedendo una verità processuale. Nonostante il vergognoso silenzio ed i tentativi di depistaggio, da parte dell’Egitto del regime di al-Sisi, gli inquirenti italiani e la Procura di Roma non hanno mai mollato. Nel dicembre 2019, in audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, il procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco parlano, per la prima volta pubblicamente, delle complesse indagini. Sul finire del 2018 vengono iscritti nel registro degli indagati cinque egiziani, tra poliziotti e membri della National Security, sospettati di aver avuto un ruolo nel sequestro di Giulio; quindi il pressing dell’Italia sull’Egitto per conoscere il domicilio legale e poter procedere nei confronti degli indagati, una richiesta già contenuta in una rogatoria inviata da Roma a Il Cairo nella primavera del 2019. Nel dicembre del 2020 la Procura di Roma chiude le indagini e pochi giorni fa arriva la richiesta di rinvio a giudizio per quattro esponenti dei servizi di sicurezza egiziani, essendo stata archiviata nel frattempo la posizione di uno dei cinque indagati ossia Mahmoud Najem. A rischiare il processo sono dunque Sabir Tariq, Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Per i quattro le accuse mosse dalla Procura di Roma variano dal sequestro di persona pluriaggravato al concorso in lesioni personali aggravate, fino al concorso in omicidio aggravato. Resta da sciogliere adesso la questione, ormai datata, della mancata comunicazione, da parte dell’Egitto, dell’elezione del domicilio legale degli indagati; la Procura di Roma conterebbe, comunque, di poter bypassare questo ostacolo puntando sulla rilevanza e diffusione mediatica di questo caso anche in Egitto e sulla pubblicità dei nomi dei quattro egiziani: per loro è stata fissata, al prossimo 29 aprile, l’udienza preliminare davanti al GUP di Roma (come riportato da Ansa e Repubblica). La stessa determinazione avuta dagli inquirenti e dalla Procura di Roma, la si deve chiedere adesso alla politica e al Governo italiano: ciò affinché l’Egitto non pensi di poter continuare a mancare di rispetto al nostro Paese. L’Italia sbatta i pugni sul tavolo e la Farnesina non indugi a richiamare il proprio Ambasciatore; ma soprattutto non si consideri più un Paese come l’Egitto, dove non si rispettano i diritti umani e si tortura, come un partner per accordi di qualsivoglia natura. C’è in gioco anche il rispetto dei tantissimi egiziani che lottano ogni giorno per affermare i propri diritti: su tutte viene in mente la vicenda di Patrick Zaki, studente universitario a Bologna ma rinchiuso da quasi un anno nelle carceri egiziane con l’assurda accusa, agli occhi di una qualunque democrazia, di ‘propaganda sovversiva su internet’. Stesso discorso valga per tutti gli Stati membri dell’Ue: Giulio Regeni non era solo un ricercatore e un cittadino italiano bensì un cittadino europeo. Tante sono state le iniziative per ricordare Giulio nel quinto anniversario del suo sequestro, avvenuto il 25 gennaio 2016 a Il Cairo.

di Simone Sperduto

ilventonews.it ha aderito alla campagna social “Verità Per Giulio”

fonte immagine: account Twitter “Verità Per Giulio”  

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