Visitare una mostra dedicata ad Antonio Ligabue è come entrare in un altro mondo che non conosce i filtri imposti dalla società; sarebbe fin troppo semplice definire questo artista come un folle: ossia come un pittore che eseguiva riti sciamanici e versi belluini davanti alle sue tele per propiziarne la buona riuscita, oppure come un uomo che spesso si isolava per giorni sulla riva di un ruscello o ai bordi di un campo coltivato nella pianura emiliana per trarre ispirazione.

Nelle sue opere c’è molto di più di un’arte naif: nei suoi autoritratti c’è tutto il senso di una solitudine e di una sofferenza interiore, per una vita difficile vissuta ai margini dell’ipocrisia della società perbenista, come una sorta di reietto incompreso per la sua follia; nei suoi paesaggi ci sono spesso richiami a quella Svizzera dalla quale è stato espulso in giovane età, prima di essere adottato da un tale Laccabue – questo il vero cognome dell’artista – residente nel comune emiliano di Gualtieri; nei suoi animali c’è infine lo specchio di una vita vissuta in modo spesso selvaggio. Ligabue ha espresso tutto questo nelle sue opere, senza mezzi termini e senza dover piacere per forza agli altri, al cui giudizio era probabilmente impermeabile. La sua opera è stata riconosciuta per lo più postuma, essendo l’artista vissuto per quasi tutta la vita in uno stato di indigenza. La sua esperienza artistica è la conferma del limite intellettuale – e diremmo anche del malcostume – di ogni epoca di non saper cogliere la grandezza di taluni personaggi. Con l’occasione è bene plaudire alla bontà della scelta del Comune di Napoli e di “C.O.R. per la Cultura”di voler chiudere il 2017 e inaugurare il 2018 con una mostra dedicata ad Antonio Ligabue all’interno del Maschio Angioino.

 

di seguito un breve documentario andato in onda su Rai3

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