{"id":1098,"date":"2020-03-30T15:46:30","date_gmt":"2020-03-30T13:46:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ilventonews.it\/wordpress\/?page_id=1098"},"modified":"2026-08-05T22:12:13","modified_gmt":"2026-08-05T20:12:13","slug":"italiano-d-o-c","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.ilventonews.it\/wordpress\/italiano-d-o-c\/","title":{"rendered":"ITALIANO D.O.C."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong>ITALIANO D.O.C. : ideali, passioni e vizi di un viaggiatore a-tipico<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Napoli: il teatro della saggezza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00abCitt\u00e0 triste e allegra, eccomi tornato a sognare\u00bb<strong><em><br \/>\n<\/em><\/strong>Fernando Pessoa<\/p>\n<p align=\"justify\">Dal balcone della camera d\u2019albergo si vedeva una buona parte di Napoli. L\u2019albergo era in un austero edificio in pieno centro storico, lungo Corso Umberto I, a poca distanza dall\u2019Universit\u00e0. La stanza, situata ai piani alti, si affacciava su Piazza Giovanni Bovio che, a quell\u2019ora tarda, era ancora un mormor\u00eco incessante di automobili. La strada, vista cos\u00ec dall\u2019alto, aveva un aspetto quasi insolito; sar\u00e0 che, affacciato ad un balcone, un semplice pedone ha forse il senso di dominare quell\u2019asfalto dove altrimenti sarebbe soltanto un ospite indesiderato in bal\u00eca dei motori.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u00ec, al centro della piazza, si ergeva maestosa la statua equestre raffigurante Vittorio Emanuele II: il primo Re dell\u2019Italia unita era avvolto dal bagliore dei lampioni. Napoli di sera appariva in un affascinante gioco di luci, divenendo inevitabilmente un invito ad utilizzare la macchina fotografica. Guardai in lontananza oltre la piazza: le luci proseguivano ininterrottamente, addentrandosi verso Via Toledo e i Quartieri Spagnoli; pi\u00f9 in alto, al Vomero, svettava maestoso Castel Sant\u2019Elmo in compagnia della Certosa di San Martino.<\/p>\n<p align=\"justify\">Avevo il mare e la zona portuale alle spalle; la cosiddetta Spaccanapoli era invece di fronte a me, sul lato opposto della strada. A quell\u2019ora Napoli pulsava di energia e si udiva il brus\u00eco di studenti alle prese con l\u2019ultima birra della serata. L\u2019aria fresca di primavera, intanto, accarezzava la maglietta che avevo acquistato nel pomeriggio presso un banco di Piazza Municipio: per l\u2019esattezza una t-shirt grigia raffigurante il Maschio Angioino. Rientrato in camera, riguardavo la maglia allo specchio mentre me ne stavo comodamente seduto sul letto;&nbsp; intanto Spotify, installato sullo smartphone, mi offriva adorabili le note di \u201cGoodbye Horses\u201d di Q Lazzarus. La canzone, resa celebre dalla psicotica performance di Buffalo Bill nel film&nbsp;\u201cIl silenzio degli innocenti\u201d<strong>,<\/strong>&nbsp;trasmetteva quel suo significato misterioso e spirituale: il cavallo come padrone incontrastato dei cinque sensi ed emblema di selvaggia libert\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">L\u2019idea di quella libert\u00e0 selvaggia e l\u2019immagine della fortezza sulla t-shirt mi fecero tornare in mente una mostra, dedicata al genio di Antonio Ligabue, che avevo visitato proprio a Castel Nuovo durante un mio precedente soggiorno a Napoli. Vedere una mostra di Ligabue \u00e8 come entrare in un altro mondo che non conosce i filtri imposti dalla societ\u00e0. Sarebbe fin troppo semplicistico e riduttivo definire questo artista come un folle che eseguiva riti sciamanici e versi belluini davanti alle tele, per propiziarne la buona riuscita; oppure come un uomo che si isolava per giorni, sulla riva di un ruscello o ai bordi di un campo coltivato nella pianura emiliana, per trarre ispirazione.<\/p>\n<p align=\"justify\">Tornai sul balcone ad ammirare, ancora per qualche minuto, la bellezza di quella citt\u00e0: un fascino che andava di gran lunga oltre il ritratto ingeneroso dipinto da talune narrazioni o serie televisive. D\u2019improvviso sentii un frastuono di motorini provenire dal lungomare, alla fine della strada che collegava il porto a Corso Umberto I. Voltandomi in quella direzione, vidi un distributore di benzina e una chiesa; all\u2019orizzonte, invece, svettavano imponenti le navi da crociera. Nonostante l\u2019ora tarda, fui colpito dal contrasto surreale tra il baccano dei motorini e il silenzio della chiesa, la quale appariva tra l\u2019altro in un deprimente stato di penombra.<\/p>\n<p align=\"justify\">Tuttavia quel luogo di culto evocava gi\u00e0 nel nome, Santa Maria di Portosalvo, le peripez\u00ece di gente venuta dal mare, probabilmente alla ricerca di un riparo sicuro. Come fosse un naturale prolungamento di quel tempio, emblema di salvezza per devoti marinai di ogni specie, poco pi\u00f9 in l\u00e0 era visibile una piccola piazza con un obelisco al centro, anch\u2019essa chiamata Portosalvo. Sembrava che volesse quasi innalzarsi, in quell\u2019aria gradevolmente fresca, un monito per una certa politica ottusa che parlava di \u201cporti chiusi\u201d senza capire che in realt\u00e0, gi\u00e0 da tempo, la vera emergenza per l\u2019Italia non era l\u2019immigrazione; il problema serio era infatti racchiuso nel suo esatto contrario, ossia nell\u2019emigrazione di decine di migliaia di connazionali che ogni anno facevano le valigie. Intanto sul lungomare due giovani napoletani, a bordo di uno scassato motorino e senza casco, salutarono a voce alta dei coetanei e imboccarono una rotatoria per dirigersi verso la pompa di benzina; erano seguiti da due moto della Polizia che fecero intendere, con ampie urla di sirena, di andare di fretta e di non voler sindacare sulla guida di quei centauri in erba. I giovani salutarono con la mano un ragazzo di colore, che stava seduto su un sgabello in attesa di clienti da poter aiutare al self-service del distributore di benzina. Osservavo serenamente quella scena, dall\u2019alto del balcone dell\u2019albergo, con la stessa espressione compiaciuta dell\u2019uomo in giacca e cravatta di una tela di Pierre Peyrolle che mi aveva assai attratto: avevo visto quell\u2019opera, in mattinata, in una mostra temporanea ospitata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201cIl teatro della saggezza\u201d \u2013 questo era il titolo della tela di Peyrolle \u2013 ritraeva un uomo ben vestito dietro ad una scrivania, nell\u2019atto di osservare un mondo antico disposto tutto intorno a lui: il suo volto era sereno e rilassato, quasi fosse quello di un filosofo greco, e il suo sguardo era rivolto verso l\u2019orizzonte. Sembr\u00f2 aprirsi cos\u00ec, anche davanti a me, il sipario di quel teatro della saggezza. Non tardai molto, d\u2019altronde, a riconoscere una saggia follia anche nell\u2019urlatore solitario incrociato, durante quella lunga giornata, nel sottopasso della metropolitana: il tutto mentre ero diretto a Mergellina, alla ricerca di invitanti sfogliatelle e bab\u00e0 da gustare davanti al panorama mozzafiato del golfo, dominato dalla sagoma imponente del Vesuvio. Tornando alla scena nel metr\u00f2, essa sarebbe stata degna di un film di John Carpenter: dal nulla, come fosse stato vomitato da un treno in corsa, mi arriv\u00f2 alle spalle un tizio alla Romero di \u201cFuga da New York\u201d. Da macabro copione, scatt\u00f2 la risatina onirica stampata su un volto scheletrico.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nel sottopasso eravamo io, il pazzo e una coppietta di bravi ragazzi intenti a baciarsi. Il tizio scart\u00f2 tutti sul tappeto mobile, come se fosse in gara col mondo intero, coprendosi gli occhi in segno di mistico rispetto per le effusioni sentimentali dei due giovani. Quindi cominci\u00f2 a inveire contro un cartellone pubblicitario, annunciante le selezioni di un noto talent show: lo fece con imprecazioni inenarrabili, prima di scomparire negli abissi di quello stesso nulla dal quale era arrivato. Mi era sembrato un gesto di ribellione verso la societ\u00e0 contemporanea: questa meravigliosa e sana follia avrebbe meritato un palcoscenico, dei riflettori e migliaia di persone plaudenti.<\/p>\n<p align=\"justify\">Tuttavia non vi fu ovazione alcuna e cos\u00ec ripiombai nuovamente nei miei pensieri; dopotutto, per le strade e nella metropolitana di quella citt\u00e0, sembravo essere soltanto io il folle vero o lo straniero incompreso. Credevo nella lucente potenza della cultura; doveva risiedere nella ricerca della cultura, insomma, quella profetica virt\u00f9 del viaggiatore, portatrice di un\u2019alba nascente: un\u2019alba da contrapporre al male dell\u2019oscurit\u00e0 che insidiava la mente degli uomini.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Madrid: churros, paella e calcio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00abQui\u00e9n piensa en ti<br \/>\nQui\u00e9n te ha robado tu mirada feliz<br \/>\nQui\u00e9n te ha cambiado tu ilusi\u00f3n por dolor<br \/>\nQui\u00e9n se ha llevado tu momento mejor\u00bb<em><br \/>\n<\/em>Gonzalo Fern\u00e1ndez Benavides<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"justify\">Le porte del treno si chiusero lentamente, con una rara pacatezza che pareva essere sopravvissuta al secolo scorso. Gi\u00e0 da questo piccolo segnale cominciai ad intuire, ma soprattutto ad assaporare, quel viaggiare lento che era tipico di una delle linee della metropolitana pi\u00f9 antiche di Madrid. Il treno lasci\u00f2 la stazione di Las Suertes diretto verso il centro della citt\u00e0. Il vagone era deserto, trovai posto senza problemi. Ascoltavo quel silenzioso viaggio, in meditazione, come si ascolterebbe un album degli Enigma. Avevo letto di ottimi locali, situati tra Puerta del Sol e Plaza Mayor, dove poter degustare deliziosi churros e la ben pi\u00f9 appetitosa paella. Intanto il treno stava, poco per volta, attraversando il quartiere di Vallecas dove alloggiavo in casa di amici. L\u2019idea era di scendere alla stazione Sol e fare due passi nel centro storico di Madrid.<\/p>\n<p align=\"justify\">A farmi cambiare repentinamente idea fu la fermata&nbsp;Portazgo: la parete della banchina era composta da un insieme di pannelli dedicati alla locale squadra di calcio del Rayo Vallecano. Saltai gi\u00f9 dal treno appena si aprirono le porte e mi diressi verso le scale, seguendo le indicazioni per lo stadio. Lungo le pareti del sottopasso c\u2019erano, impresse in tinta biancorossa, espressioni quali \u201cvalent\u00eda, coraje y nobleza\u201d oppure \u201calab\u00ed alab\u00e1\u201d. Era molto forte l\u2019attaccamento di quel quartiere alla propria squadra di calcio: lo stadio era l\u00ec in mezzo ai palazzi, come un tempio sacro al centro del villaggio. Entrai nello store ufficiale del Rayo Vallecano, situato a ridosso dei cancelli dello stadio.<\/p>\n<p align=\"justify\">Acquistai una maglietta, una sciarpa e un adesivo. Ero diventato un nuovo fan \u201crayista\u201d, ossia di quella storica societ\u00e0 calcistica di Madrid che, tra l\u2019altro, si distingueva spesso per l\u2019impegno nel sociale. Fu insomma amore a prima vista: del resto la passione per il calcio era uno dei miei vizi capitali. Se mi avesse conosciuto John Doe del film \u201cSeven\u201d, avrebbe scritto una pagina dei suoi sermoni sul mio conto. Ero un inguaribile peccatore, questo era fuor di dubbio. Cos\u00ec, tutto felice, decisi che da quel momento avrei seguito la nuova squadra del cuore sui canali social, per documentarmi il pi\u00f9 possibile su quella che a Vallecas veniva definita con orgoglio \u201cel equipo de nuestro barrio\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Berlino: un caff\u00e8 ad Alexanderplatz<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00abWe can beat them, just for one day<br \/>\nWe can be heroes, just for one day\u00bb<em><br \/>\n<\/em>David Bowie<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"justify\">East Side Gallery \u00e8 quel memoriale alla libert\u00e0 in cui tuttora si pu\u00f2 respirare la sinistra sensazione di vivere in una citt\u00e0 divisa in due blocchi da quel grigio Muro; per quanto ora ne resti in piedi poco pi\u00f9 di un chilometro e soprattutto sia interamente ricoperto da circa un centinaio di splendidi murales. Non che Checkpoint Charlie facesse meno effetto, ma non era esattamente come avere una muraglia davanti. Avevo studiato sulla guida tascabile il modo pi\u00f9 rapido per raggiungere Oberbaumbr\u00fccke e quindi i resti del Muro trasformati in street art. Ero ospite di un tranquillo albergo di B\u00fclowstra\u00dfe, una zona situata relativamente vicino alla Bahnhof Zoologischer Garten, ossia la Stazione dello Zoo di Berlino. A volte raggiungevo la Bahnhof Zoo scendendo alla fermata di Kurf\u00fcrstendamm e risalendo a piedi verso l\u2019Europa Center e l\u2019affascinante Kaiser Wilhelm Ged\u00e4chtniskirche. Visti in sequenza, a poche centinaia di metri l\u2019uno dall\u2019altro sulla stessa strada, l\u2019imponente grattacielo dell\u2019Europa Center e quell\u2019antica chiesa risalente alla fine dell\u2019800, tra l\u2019altro fortemente danneggiata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, sembravano un controsenso reciproco, se non addirittura un vero ossimoro.<\/p>\n<p align=\"justify\">La chiesa era, di fatto, un altro memoriale alla pace, in quella citt\u00e0 cos\u00ec devastata dai tragici eventi del \u2018900. Mi piaceva anche soffermarmi all\u2019interno della Stazione dello Zoo, dove transitavo almeno un paio di volte al giorno per via del metr\u00f2; non di rado restavo sulla banchina ad osservare il comportamento delle persone: la frenes\u00eca di chi saliva e scendeva dai vagoni, ma soprattutto l\u2019apparente normalit\u00e0 di chi sedeva sulla panchina a fianco del disperato di turno soggiogato dall\u2019alcol o da qualche droga. Era come se quella citt\u00e0, nel suo insieme, fosse stata d\u2019improvviso catapultata in un futuro di benessere che, come una coperta corta, lasciava intravedere rovine, povert\u00e0 e disagi di un tempo sospeso nel passato. Prima di andare ad East Side Gallery sarei passato ad Alexanderplatz, per prendere un caff\u00e8 all\u2019ombra della torre della televisione. A poche cose non potrei mai rinunciare, anche quando mi trovo all\u2019estero: un piatto di pasta pomodoro e basilico, una fetta di pane per fare la scarpetta nel sugo, una bottiglia d\u2019acqua minerale e poi alla fine un buon caff\u00e8. Con tutta l\u2019accortezza di questo mondo avrei dovuto specificare la parola \u201cespresso\u201d, accanto al ben pi\u00f9 banale e generico termine \u201ccoffee\u201d: questo per evitare il ripetersi dello spiacevole inconveniente avuto, nei pressi della Stazione dello Zoo, con una cameriera che voleva farmi bere un \u201ccappuccino\u201d dopo aver mangiato un piatto di spaghetti al sugo. Era stato pressoch\u00e9 inutile tentare di spiegarle che in Italia, dopo un pasto, si consuma del semplice caff\u00e8; tuttavia, ero io a giocare in trasferta e, per di pi\u00f9, su un campo abbastanza ostico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>Praga: un fiore per Jan Palach<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">\u00abSon come falchi quei carri appostati<br \/>\ncorron parole sui visi arrossati,<br \/>\ncorre il dolore bruciando ogni strada<br \/>\ne lancia grida ogni muro di Praga\u00bb<em><br \/>\n<\/em>Francesco Guccini<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"justify\">Decisi, come spesso accadeva nei miei viaggi, di uscire dagli schemi rigidi del turismo classico che trovavo assai banali. Avevo visto, nei giorni precedenti, alcune delle principali attrazioni di Praga: dalla Piazza della Citt\u00e0 Vecchia, dove si trova l\u2019Orologio Astronomico, avevo raggiunto e percorso il celeberrimo Karl\u016fv Most, ossia il Ponte Carlo, per arrivare infine all\u2019area collinare di Hrad\u010dany e visitare cos\u00ec il Castello e la Cattedrale di San Vito.<\/p>\n<p align=\"justify\">Quel giorno, invece, decisi di mettermi sulle tracce della memoria di Jan Palach: il giovane studente e patriota cecoslovacco che, con il suo gesto estremo di darsi fuoco in Piazza San Venceslao nel 1969, divenne simbolo della protesta antisovietica legata alla cosiddetta \u201cPrimavera di Praga\u201d. Presi la metro nella moderna stazione di St\u0159\u00ed\u017ekov, gradevole zona residenziale periferica dove si trovava l\u2019albergo nel quale alloggiavo; scesi alla fermata M\u016fstek e percorsi il lungo viale che mi condusse dapprima davanti alla statua equestre raffigurante San Venceslao e poi a ridosso della scalinata del N\u00e1rodn\u00ed Muzeum, ossia il Museo Nazionale.<\/p>\n<p align=\"justify\">Fu proprio qui che,&nbsp;il 16 gennaio 1969, Jan Palach decise di compiere quel tragico gesto di protesta nei confronti dell\u2019oppressione sovietica: il giovane sarebbe deceduto tre giorni dopo, a causa delle gravi ustioni riportare su tutto il corpo. Una semplice croce a terra, incastonata nel pavimento ai piedi della scalinata del Museo, commemora ancora oggi Jan Palach e Jan Zaj\u00edc, un altro giovane patriota deceduto in quei drammatici mesi di proteste e di lotta per la libert\u00e0.<\/p>\n<p align=\"justify\">La tappa successiva sarebbe stata la visita al luogo di sepoltura di Jan Palach: l\u2019Ol\u0161any Cemetery. Presi la metro fino alla fermata Flora; percorsi a piedi, per circa duecento metri, la strada chiamata Vinohradsk\u00e1 costeggiando il muro perimetrale del cimitero. Trovai alcuni negozi e poi una serie di fiorai: acquistai cos\u00ec un fiore da portare sulla tomba del giovane. Avevo gi\u00e0 individuato l\u2019esatta collocazione del luogo di sepoltura all\u2019interno di quell\u2019immenso cimitero: le indicazioni si rivelarono esatte e cos\u00ec, non appena varcato l\u2019ingresso principale, mi bast\u00f2 voltare subito a destra e percorrere una cinquantina di metri. Su quella semplice lapide, sotto una leggera pioggia, posai un fiore per Jan Palach.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><strong>Simone Sperduto<br \/>\nRoma, 20 gennaio 2020&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Questo racconto breve ha partecipato al concorso letterario del portale sammarinese Zoomma News<\/p>\n<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"NNpSn40QYE\"><p><a href=\"https:\/\/www.zoomma.news\/italiano-d-o-c-ideali-passioni-e-vizi-di-un-viaggiatore-a-tipico\/\">ITALIANO D.O.C.: Ideali, passioni e vizi di un viaggiatore a-tipico<\/a><\/p><\/blockquote>\n<p><iframe loading=\"lazy\" class=\"wp-embedded-content\" sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" style=\"position: absolute; visibility: hidden;\" title=\"\u201cITALIANO D.O.C.: Ideali, passioni e vizi di un viaggiatore a-tipico\u201d \u2014 Zoomma\" src=\"https:\/\/www.zoomma.news\/italiano-d-o-c-ideali-passioni-e-vizi-di-un-viaggiatore-a-tipico\/embed\/#?secret=kOnRchbfmT#?secret=NNpSn40QYE\" data-secret=\"NNpSn40QYE\" width=\"600\" height=\"338\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"fcbkbttn_buttons_block\" id=\"fcbkbttn_left\"><div class=\"fb-share-button fcbkbttn_large_button \" data-href=\"https:\/\/www.ilventonews.it\/wordpress\/italiano-d-o-c\/\" data-type=\"button_count\" data-size=\"large\"><\/div><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ITALIANO D.O.C. : ideali, passioni e vizi di un viaggiatore a-tipico &nbsp; Napoli: il teatro della saggezza \u00abCitt\u00e0 triste e allegra, eccomi tornato a sognare\u00bb Fernando Pessoa Dal balcone della camera d\u2019albergo si vedeva una buona parte di Napoli. 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